Caratteristiche di una psicoterapia efficace

 

 

Psicoterapia efficace

Ricerca dagli anni '70 ad oggi

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Ricerca in psicoterapia: II fase - anni '70-2000


La seconda fase ha inizio negli anni '70 e perdura ancora oggi. Essa è caratterizzata da un disinteresse sempre maggiore per la ricerca sul risultato e da una intensificazione degli studi sul processo. I risultati terapeutici ottenuti in psicoterapia sono stati per molto tempo spiegati nell’ambito delle tecniche specifiche teorizzate da ciascun indirizzo psicoterapeutico, finché ad un certo punto si è imposta la consapevolezza che parte almeno del cambiamento ottenuto potesse essere spiegata mediante l’analisi dei suoi determinanti aspecifici.

Questa parte è apparsa col tempo sempre maggiore, mentre l’effetto terapeutico spiegato dalle tecniche specifiche si restringeva sempre di più. Come è stato osservato da Omer e London [1989] a questo cambiamento nel modo di vedere le cose hanno contribuito vari fattori, come lo sviluppo di una moltitudine di scuole psicoterapeutiche, in cui la rigidezza dei modelli finiva con lo smussarsi; l’affinamento delle metodologie nella ricerca sulla psicoterapia, che ha consentito la messa a punto di strategie volte ad indagare il ruolo differenziale giocato dai fattori specifici e aspecifici nei differenti trattamenti; nonché lo stato della ricerca sui risultati della psicoterapia.

 

Alice e DodoInfatti, se a cominciare dagli anni Settanta, probabilmente in rapporto all’affinamento delle metodologie di ricerca, il problema dell’efficacia della psicoterapia sembrava risolto, nel senso che la psicoterapia è risultata più efficace rispetto all’assenza di trattamento, le continue revisioni della letteratura non riuscivano – come abbiamo già detto – a dimostrare la superiorità di un tipo di psicoterapia sulle altre, determinando la situazione ormai nota come “Il verdetto di Dodo” (da "Alice nel Paese delle meraviglie"): «Tutti hanno vinto e ognuno deve ricevere un premio», secondo la fortunata espressione di Luborsky et al. [1975].

A ciò si aggiungeva, infine, lo sviluppo di un atteggiamento di autocritica, sviluppatosi in seno alle singole scuole psicoterapeutiche, e favorito dal confronto tra i vari indirizzi, che conduceva ad interrogarsi sulla specificità dei fattori terapeutici relativi a ciascun orientamento. Tutto ciò, mentre ha messo definitivamente in crisi l’idea che un singolo tipo di psicoterapia possa essere l’unico efficace, ha condotto ad ipotizzare che la mancanza di differenze tra i risultati dei vari trattamenti abbia a che vedere con l’esistenza di fattori terapeutici comuni, che hanno agito da sempre nel processo della cura.

 

Una pietra miliare nella storia di questi studi sono state le ricerche di Jerome Frank. In "Persuasion and Healing", la cui prima edizione è stata pubblicata nel 1973, Frank sostiene che i tratti comuni a tutte le psicoterapie contribuiscono maggiormente alla loro efficacia che non i tratti che le differenziano. Questi tratti comuni sarebbero quattro:

1) una relazione emotivamente intensa, basata sulla fiducia nella persona a cui si chiede aiuto, sulla comprensione empatica e sul sentimento di essere accettati;

2) un contesto terapeutico, socialmente riconosciuto, che potenzia il prestigio del terapeuta e la speranza di ricevere aiuto;

3) un modello o un “mito” terapeutico, condiviso dal paziente e dal terapista, che comprende una spiegazione della malattia e prescrive un metodo per guarirla;

4) un metodo, derivante dal modello, il quale implica un rituale terapeutico, la cui applicazione richiede una partecipazione emotiva da parte del paziente e del terapista.

Questi elementi comuni influenzano il paziente rafforzando la relazione terapeutica e contrastando così l’isolamento in cui il paziente si trova e mantenendo la speranza di ricevere aiuto, fornendo nuove esperienze cognitive ed emotive, aumentando l’arousal emotivo, condizione che prepara il cambiamento, aumentando il senso di padronanza e di efficacia attraverso la comprensione e le esperienze di successo che la terapia fornisce. Tutto ciò serve a contrastare lo stato di “demoralizzazione” che caratterizza tutti i pazienti che cercano la psicoterapia, di cui sono espressione diretta i sintomi più comuni che essi presentano, cioè la depressione e l’ansia. Il successo di tutte le psicoterapie dipenderebbe in gran parte dalla capacità di combattere la demoralizzazione del paziente, incrementando la speranza di cambiamento. Infatti tutte le psicoterapie perseguono questo scopo, più o meno esplicitamente (ipotesi dell’antidemoralizzazione).

 

Le idee di Frank, sostanzialmente ribadite anche recentemente nella terza edizione di "Persuasion and Healing" (1991), dettero un potente impulso alle ricerche sui fattori comuni in psicoterapia. Sulla sua scia altri autori identificavano dei mediatori del cambiamento, condivisi da tutte le psicoterapie.

Ad esempio secondo Karasu [1986] i mediatori sarebbero tre:

1) esperienza affettiva;

2) padronanza cognitiva attraverso l’acquisizione di nuove percezioni, autoconsapevolezza e nuovi schemi mentali;

3) regolazione del comportamento, che favorisce il cambiamento attraverso nuove esperienze.

 

Secondo Omer [1989] invece i fattori comuni sarebbero quattro:

1) una relazione incondizionatamente positiva;

2) occasione di identificazione e di modeling, in cui il terapeuta ha un potere;

3) le aspettative positive del paziente e del terapista;

4) la riorganizzazione cognitiva e l’“impatto terapeutico”, consistente nella capacità di superare la tendenza del paziente a ignorare gli interventi del terapeuta, che si ottiene attraverso aspetti come l’arousal emotivo, la sorpresa e l’investimento emotivo.

 

Altri autori mettevano in evidenza fattori diversi, mentre la ricerca dei fattori terapeutici comuni si spostava all’interno della relazione terapeutica, dove la psicoanalisi metteva in luce importanti fattori di cambiamento, caratterizzanti i trattamenti psicoanalitici, ma probabilmente condivisi anche dagli altri trattamenti psicoterapeutici, come l’esperienza di un rapporto empatico e l’esperienza emotiva correttiva.

Al vecchio modello della specificità terapeutica veniva così a contrapporsi un nuovo modello, che veniva definito della aspecificità terapeutica, il quale vede i fattori terapeutici comuni come attivi, indipendentemente da un particolare trattamento specifico, che li veicoli. Intanto un numero enorme di ricerche studiava empiricamente l’influenza terapeutica, contrapponendo fattori terapeutici specifici e fattori comuni e analizzandone l’impatto sui risultati terapeutici, finché è prevalsa l’esigenza di spostare la ricerca in altre direzioni.

Oggi, mentre si nota una tendenza verso la psicoterapia integrata, da una parte la ricerca della terapia più efficace tende ad essere sostituita dalla ricerca della terapia più efficace per un soggetto particolare con un problema particolare; dall’altra si assiste ad un superamento della dicotomia specificità/aspecificità in una posizione integrata, che cerca di comprendere i singoli approcci specifici in una visione più ampia in cui fattori specifici e aspecifici sono visti come indistinguibili e potenziantisi reciprocamente. L’idea è che i fattori terapeutici comuni vengano mobilizzati dalle tecniche specifiche e contribuiscano a spiegare in larga parte il successo dei trattamenti specifici [Migone, 1999].

Nel complesso, si può dire che in questa seconda fase la ricerca in psicoterapia si è consolidata, con molti gruppi di lavoro in vari paesi, e una nuova generazione di ricercatori che sta avvicendandosi ai pionieri; molti pregiudizi sull'utilità della ricerca in psicoterapia sono stati abbattuti, e la Società per la Ricerca in Psicoterapia (SPR), fondata nel 1968, sta riunendo un numero sempre maggiore di ricercatori che rompono le barriere delle rispettive scuole per ritrovarsi in interessanti alleanze trasversali.

 


 

   

 

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